Dettagli prodotto

Marco Archetti

Paolo Bianchi

Marta Cagnola

Marco Drago

Gaja Cenciarelli

Gabriele Ferraresi

Giuseppe Genna

Michele Monina

Ranieri Polese

Francesco Specchia

Dea Verna

a cura di Gianni Biondillo



Tommaso mi ha fatto un dispetto, e io sono un tipo vendicativo. L’ultima volta che l’ho visto eravamo a gozzovigliare in un crotto nei pressi di Capolago. Parlavamo di Tipografia Helvetica, dopo - ben inteso - aver sparlato di un sacco di assenti, che è uno degli sport nazionali di ogni scrittore che si rispetti. Voleva da me un pezzo su un’architettura ticinese. Io ero in piena scrittura del nuovo romanzo, non potevo accettare alcuna distrazione. Sono uno, però, che non sa dire di no. Soprattutto a Tommaso. Perché, a farla breve, l’ho sempre reputato la migliore mente della mia generazione. Non semplicemente uno scrittore, ma un inventore di concetti. Un neologista. Mi sono accorto negli anni che tutti noi usiamo le sue idee, le sue parole, le sue definizioni, senza neppure rendercene conto. Qualche mese fa, per fare un esempio, chiedendo a mia moglie come fosse il libro che aveva sul comodino, mi ha risposto, distratta: «Bah. È un libro da borsetta». Mia moglie è una lettrice vorace, ma so per certo che non ha mai letto nulla di Tommaso. Eppure usava un suo concetto come se fosse sempre esistito. C’è un prima e un dopo Labranca. Un modo (avanti T-La) di vedere la contemporaneità in modo offuscato e uno (dopo T-La) che ti fornisce gli occhiali per metterla a fuoco. È capitato ad esempio con la parola “trash”. Definizione limpida che negli anni è stato corrotta dagli orecchianti distratti, banalizzata, cialtronizzata. Tommaso ormai la odiava. Colpa del suo primo editore che gli pubblicò i suoi scritti con un titolo improprio. Andy Warhol non era un coatto, ma quando mai. Era un tamarro, insisteva a dire Tommaso. Le parole sono importanti, insomma. Tommaso negli ultimi tempi aveva diradato la sua presenza in rete, lui che l’aveva topografata per primo. E per primo ne aveva compreso la pericolosità, la vacuità. Aveva chiuso tutti i suoi account, niente più Facebook, Istagram, niente più blog. Era come se stesse tirando i remi in barca. Forse memore dei versi del poeta: “Assenza, più acuta presenza”. L’unico contatto con pochi intimi era una chat su Whatsapp. “Labranca for Dummies” l’aveva chiamata. Pochi post. Poi il dispetto: andarsene, così, senza neppure un preavviso. Senza neppure pubblicarmi il pezzo che nel frattempo avevo scritto per la sua rivista. Ma io sono un tipo vendicativo, dicevo. Ti permetti di cancellare le tue parole dal mondo? Ti permetti, ancora più grave, di morire? E noi dummies dovremmo accettare tutto questo senza neppure fare una piega? Ennò, caro Tommaso. I vivi fanno dei morti quello che vogliono, lo sai, vero? Ecco allora che abbiamo scovato le tue parole, le tue immagini, i tuoi scritti, dai depositi polverosi dei nostri hard disk, dalle fanzine in soffitta, dagli allegati delle vecchie email. Le abbiamo organizzate in un vero e proprio vocabolario. No, più precisamente, in un Labrancario. Le tue parole, le tue idee. E i nostri ricordi. Non ti libererai troppo facilmente di noi. Non ti dimenticheremo. È una minaccia (dalla prefazione di Gianni Biondillo).



Tipografia Helvetica dieci

LABRANCA [For Dummies]

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Tommaso mi ha fatto un dispetto, e io sono un tipo vendicativo. L’ultima volta che l’ho visto eravamo a gozzovigliare in un crotto nei pressi di Capolago. Parlavamo di Tipografia Helvetica, dopo - ben inteso - aver sparlato di un sacco di assenti, che è uno degli sport nazionali di ogni scrittore che si rispetti. Voleva da me un pezzo su un’architettura ticinese. Io ero in piena scrittura del nuovo romanzo, non potevo accettare alcuna distrazione. Sono uno, però, che non sa dire di no. Soprattutto a Tommaso. Perché, a farla breve, l’ho sempre reputato la migliore mente della mia generazione. Non semplicemente uno scrittore, ma un inventore di concetti. Un neologista. Mi sono accorto negli anni che tutti noi usiamo le sue idee, le sue parole, le sue definizioni, senza neppure rendercene conto. Qualche mese fa, per fare un esempio, chiedendo a mia moglie come fosse il libro che aveva sul comodino, mi ha risposto, distratta: «Bah. È un libro da borsetta». Mia moglie è una lettrice vorace, ma so per certo che non ha mai letto nulla di Tommaso. Eppure usava un suo concetto come se fosse sempre esistito. C’è un prima e un dopo Labranca. Un modo (avanti T-La) di vedere la contemporaneità in modo offuscato e uno (dopo T-La) che ti fornisce gli occhiali per metterla a fuoco. È capitato ad esempio con la parola “trash”. Definizione limpida che negli anni è stato corrotta dagli orecchianti distratti, banalizzata, cialtronizzata. Tommaso ormai la odiava. Colpa del suo primo editore che gli pubblicò i suoi scritti con un titolo improprio. Andy Warhol non era un coatto, ma quando mai. Era un tamarro, insisteva a dire Tommaso. Le parole sono importanti, insomma. Tommaso negli ultimi tempi aveva diradato la sua presenza in rete, lui che l’aveva topografata per primo. E per primo ne aveva compreso la pericolosità, la vacuità. Aveva chiuso tutti i suoi account, niente più Facebook, Istagram, niente più blog. Era come se stesse tirando i remi in barca. Forse memore dei versi del poeta: “Assenza, più acuta presenza”. L’unico contatto con pochi intimi era una chat su Whatsapp. “Labranca for Dummies” l’aveva chiamata. Pochi post. Poi il dispetto: andarsene, così, senza neppure un preavviso. Senza neppure pubblicarmi il pezzo che nel frattempo avevo scritto per la sua rivista. Ma io sono un tipo vendicativo, dicevo. Ti permetti di cancellare le tue parole dal mondo? Ti permetti, ancora più grave, di morire? E noi dummies dovremmo accettare tutto questo senza neppure fare una piega? Ennò, caro Tommaso. I vivi fanno dei morti quello che vogliono, lo sai, vero? Ecco allora che abbiamo scovato le tue parole, le tue immagini, i tuoi scritti, dai depositi polverosi dei nostri hard disk, dalle fanzine in soffitta, dagli allegati delle vecchie email. Le abbiamo organizzate in un vero e proprio vocabolario. No, più precisamente, in un Labrancario. Le tue parole, le tue idee. E i nostri ricordi. Non ti libererai troppo facilmente di noi. Non ti dimenticheremo. È una minaccia (dalla prefazione di Gianni Biondillo).



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